Mons. Carmine Cesarano.
di Cristian Viglione
Ci sono uomini che attraversano la storia di una città e poi ci sono quelli che non solo l'attraversano, ma la plasmano.
Mons. Cesarano fu uno di questi, fu il vescovo che restituì a Campagna la sua autonomia.
Quando arrivò a Campagna, nel 1918, la città viveva ancora una situazione ecclesiastica che durava da oltre un secolo. Dal 1818, infatti, la diocesi era stata affidata in amministrazione agli arcivescovi di Conza e Campagna aveva perso quella piena autonomia che aveva conosciuto fin dal Cinquecento. La bolla De utiliori di Pio VII aveva infatti soppresso la diocesi di Satriano e affidato a Conza l'amministrazione perpetua della Chiesa di Campagna.
Fu proprio Cesarano a raccogliere il filo di una storia iniziata secoli prima. E a riportare Campagna alla sua autonomia.
Un redentorista chiamato a Campagna
Carmine Cesarano nacque a Pagani il 24 ottobre 1869, all'interno di una famiglia profondamente religiosa.
Fin da giovane sentì la vocazione sacerdotale e scelse di entrare nella Congregazione del Santissimo Redentore. Professò nella Congregazione il 17 maggio 1898 e, negli anni successivi, svolse un'intensa attività pastorale e missionaria, ricoprendo diversi incarichi all'interno dell'Ordine e distinguendosi per la sua energia e per le sue capacità oratorie.
Il suo percorso episcopale iniziò nel 1915, quando papa Benedetto XV lo nominò vescovo di Ozieri, in Sardegna. Ma sarebbe stato il Mezzogiorno a diventare il luogo nel quale avrebbe lasciato il segno più profondo.
Il 30 settembre 1918 fu infatti promosso arcivescovo di Conza e nominato amministratore apostolico della diocesi di Campagna.
Aveva davanti a sé una città che avrebbe imparato presto a conoscere e ad amare. E Campagna, a sua volta, avrebbe trovato in lui uno dei suoi più grandi vescovi.
Il grande sogno di Melchiorre Guerriero
Cesarano arrivò a Campagna in un momento decisivo.
Da più di quattro secoli la città custodiva un sogno nato ai tempi di Melchiorre Guerriero: quello di avere una diocesi pienamente autonoma.
Guerriero, nel Cinquecento, aveva lavorato affinché Campagna ottenesse il titolo di città e una propria sede episcopale. Ma la storia della diocesi era stata complessa.
Nel 1818, dopo la soppressione della diocesi di Satriano, Campagna era stata unita amministrativamente all'arcidiocesi di Conza. Per i Campagnesi era rimasta una ferita. Cesarano decise di riaprirla.
Non come una semplice questione amministrativa, ma come un progetto per il futuro della città.
La strada verso l'autonomia
Il percorso non fu facile. Il progetto di separare Campagna da Conza incontrò inevitabilmente resistenze, soprattutto nei territori che rischiavano di perdere il legame con la propria sede ecclesiastica. La tradizione locale racconta un episodio particolarmente drammatico. Il 4 settembre 1921, durante una visita pastorale a Conza, Cesarano sarebbe stato contestato violentemente dalla popolazione, con il lancio di pietre contro la sua carrozza.
Al di là del carattere fortemente tramandato di questo episodio, il contesto storico è chiaro: la riorganizzazione delle diocesi avrebbe comportato una significativa perdita territoriale per Conza. Cesarano, però, non si fermò. Il suo progetto era ormai arrivato a Roma.
E il risultato giunse il 30 settembre 1921.
Con la bolla ** Ad Christifidelium **, papa Benedetto XV restituì a Campagna la piena autonomia diocesana, rendendola immediatamente soggetta alla Santa Sede. Il territorio della nuova diocesi comprendeva Campagna, alcuni centri dell'antica Satriano e tredici comunità distaccate da Conza.
Era una data destinata a entrare per sempre nella storia della città. Dopo più di un secolo, Campagna tornava ad avere una propria diocesi. E il protagonista di quella rinascita era proprio Carmine Cesarano.
Il vescovo della città
La notizia fu accolta con grande entusiasmo.
L'amministrazione comunale riconobbe immediatamente il valore dell'impresa compiuta dal vescovo e gli conferì la cittadinanza onoraria.
Cesarano era ormai diventato qualcosa di più di un vescovo. Era diventato il vescovo che aveva restituito a Campagna una parte della propria identità.
Ed è significativo che proprio in quegli anni la città cominciasse a legare sempre più profondamente la propria vita civile a quella religiosa.
Il 22 giugno 1922 Cesarano promosse anche il riconoscimento di Sant'Antonino abate quale patrono dell'intera diocesi di Campagna, comprendente i centri entrati nella nuova configurazione territoriale.
Il legame tra Cesarano e la città era ormai fortissimo. A confermarlo fu anche la comunità degli emigrati.
Il 4 giugno 1922, la società di mutuo soccorso “Cacciottolo Campagnese” di New York, fondata dagli emigrati campagnesi, lo nominò presidente onorario.
Campagna, anche attraverso i suoi figli lontani, riconosceva in lui il proprio vescovo.
Il grande progetto del Seminario
Ma Cesarano non si fermò alla conquista dell'autonomia.
Sapeva che una diocesi nuova aveva bisogno di sacerdoti. E che, per avere sacerdoti preparati, aveva bisogno di un Seminario forte.
Quando arrivò a Campagna, il Seminario attraversava ancora una lunga fase di difficoltà. Dopo confische, occupazioni e problemi economici, l'istituzione era rimasta per anni lontana dall'antico splendore. La ripresa era iniziata già prima del suo arrivo, ma fu Cesarano a imprimere una svolta decisiva.
Il vescovo si mise personalmente al lavoro.
Con l'avvio dell'anno scolastico 1922-1923, iniziò un grande programma di potenziamento e ristrutturazione. Per finanziare i lavori arrivò persino a organizzare una lotteria pro-Seminario, coinvolgendo direttamente la popolazione nel progetto. Il cantiere rimase attivo per diversi anni.
Il 25 ottobre 1922 il Seminario venne ufficialmente inaugurato nella sua nuova fase di rinascita.
Cesarano non voleva semplicemente riaprire un edificio. Voleva restituire a Campagna una fabbrica di sacerdoti e di cultura. E il risultato fu straordinario.
Nel 1927 il Seminario raggiunse il suo massimo storico, arrivando a ospitare circa ottanta seminaristi.
Ottanta giovani significavano ottanta famiglie, ottanta vocazioni, ottanta storie. Significavano soprattutto che Campagna era tornata a essere un punto di riferimento per la formazione ecclesiastica del territorio.
Madonna d'Avigliano: salvare un luogo dalla solitudine
Cesarano aveva però una concezione del patrimonio ecclesiastico molto più ampia. Non pensava soltanto agli edifici utilizzati quotidianamente. Pensava anche a quelli che rischiavano di essere dimenticati.
Nel 1923, gli ultimi frati rimasti nel convento della Madonna d'Avigliano lasciarono definitivamente il complesso, interrompendo una tradizione di almeno sei secoli di costanza presenza.
Il rischio era evidente: senza una comunità religiosa, il santuario avrebbe potuto cadere progressivamente nell'abbandono. Cesarano intervenne.
Chiese al Comune di Campagna la concessione gratuita dell'intera area per destinarla a sede estiva del Seminario. La richiesta fu accolta.
Quella scelta ebbe conseguenze importantissime. Il santuario continuò a vivere.
L'antico complesso non venne abbandonato e, negli anni successivi, l'area sarebbe stata utilizzata anche per attività formative e dall'Azione Cattolica.
Ancora una volta Cesarano aveva visto più lontano. Dove altri potevano vedere un convento vuoto, lui vedeva un luogo da salvare.
L'aiuto degli emigrati
Ma i grandi progetti avevano bisogno di denaro. E Cesarano sapeva dove cercarlo.
Nel 1926 affrontò un viaggio negli Stati Uniti, dove erano presenti numerose comunità di emigrati campagnesi.
Durante il Congresso Eucaristico di Chicago riuscì a raccogliere una somma considerevole, destinata ai lavori di sistemazione del santuario e del complesso della Madonna d'Avigliano.
La tradizione locale parla di 300.000 lire, una cifra enorme per l'epoca. È una delle pagine più belle della storia di Cesarano.
Perché racconta qualcosa che va oltre la figura del vescovo. Racconta il legame tra Campagna e i suoi emigrati. Quelli che erano partiti non avevano dimenticato la propria città. E quando Cesarano bussò alle loro porte, gli emigrati risposero.
La Cattedrale diventa Basilica
Cesarano aveva ancora un altro grande obiettivo.
Restituire alla Cattedrale di Campagna un riconoscimento adeguato alla sua storia. La Cattedrale di Santa Maria della Pace era il cuore della diocesi.
Ma il vescovo voleva che quel luogo assumesse anche un'importanza particolare nel panorama dei santuari e delle chiese pontificie.
Il progetto arrivò a Roma. E ancora una volta Cesarano insistette.
Nel 1925, papa Pio XI elevò la Cattedrale alla dignità di Basilica Pontificia, oggi Basilica Minore. Rendendola così una delle quattro chiese con questo riconoscimento della provincia di Salerno. La documentazione locale colloca l'elevazione nel marzo 1925, mentre la tradizione campagnese ricorda la lettura solenne della bolla in Cattedrale il 19 luglio dello stesso anno, alla presenza dello stesso Cesarano.
Era un riconoscimento straordinario. La chiesa che aveva accompagnato la storia religiosa di Campagna entrava così in una nuova stagione.
E ancora una volta il vescovo aveva raggiunto il proprio obiettivo.
Il trono di marmo
Cesarano aveva anche un legame personale con la Cattedrale. Nel 1927 ricevette la notizia della morte del padre e dell'eredità che gli era stata lasciata: 40.000 lire, una somma considerevole per quei tempi.
Avrebbe potuto utilizzarla per sé. Scelse invece di destinarla alla Cattedrale.
Il suo desiderio era quello di realizzare un grande trono episcopale in marmo, destinato a rimanere come memoria permanente del suo episcopato e del legame con Campagna. Era un gesto profondamente coerente con il suo modo di intendere la missione episcopale.
La ricchezza ricevuta diventava patrimonio della comunità. Il bene personale diventava bene collettivo. Il ricordo del padre diventava memoria della città.
Quel trono, insieme ad altri elementi decorativi e arredi di epoche precedenti, sarebbe stato però successivamente rimosso durante gli interventi del Novecento.
Le altre opere
L'attività di Cesarano non si limitò ai grandi progetti. Nel corso del suo episcopato intervenne in diversi settori della vita religiosa e civile della diocesi. Il 15 ottobre 1925 istituì la nuova parrocchia di Serradarce.
Promosse inoltre l'attività assistenziale e inaugurò il nuovo Ospedale di Mendicità, rafforzando quella funzione sociale che la Chiesa aveva tradizionalmente svolto nei confronti delle fasce più deboli.
Il 5 dicembre 1931, poco prima del trasferimento ad Aversa, elevò a vicaria la chiesa di Santa Maria La Nova.
Erano interventi apparentemente diversi tra loro, ma appartenenti alla stessa idea. Cesarano voleva una diocesi viva.
Una diocesi che avesse chiese efficienti, sacerdoti preparati, istituzioni formative, opere assistenziali e un forte legame con la popolazione.
Il vescovo che non voleva partire
Nel 1931 arrivò però una decisione che Cesarano non desiderava. Papa Pio XI lo trasferì alla diocesi di Aversa. Era il 16 dicembre 1931.
Dopo tredici anni trascorsi a Campagna, Cesarano era costretto a lasciare la città che aveva contribuito a trasformare.
Il trasferimento non fu vissuto con entusiasmo dal vescovo. E non è difficile capire perché.
Campagna non era stata per lui una semplice sede episcopale. Era diventata una parte della sua vita.
Il suo successore avrebbe completato gli adempimenti necessari, mentre Cesarano preparava il trasferimento. Prima di partire volle lasciare alla città una testimonianza personale. Scrisse al Capitolo Cattedrale una lettera di commiato, chiedendo che fosse resa pubblica. Fu un addio commosso.
Un vescovo lasciava la città. Ma una città intera sentiva di perdere qualcosa.
Aversa
Ad Aversa Cesarano continuò con la stessa energia che aveva caratterizzato gli anni di Campagna.
Fece il suo ingresso solenne nella nuova diocesi il 3 aprile 1932 e continuò a dedicarsi al Seminario, alle vocazioni e alla vita pastorale.
Anche qui il suo episcopato fu caratterizzato da una forte attenzione alle opere sociali e formative. La diocesi di Aversa ricorda il suo impegno per la pastorale e, soprattutto, il grande Congresso Eucaristico Diocesano del settembre 1935, organizzato poco prima della sua morte.
Cesarano sembrava non conoscere stanchezza. Aveva ormai settant'anni.
Ma continuava a lavorare come aveva fatto a Campagna. Fino all'ultimo.
L'ultimo giorno
Carmine Cesarano morì ad Aversa il 22 novembre 1935. Aveva sessantasei anni.
La sua salma fu tumulata nel Duomo di Aversa, mentre la diocesi e la popolazione lo accompagnarono con profonda partecipazione.
Ma la sua storia non finì con la morte. Perché a Campagna il suo ricordo era ormai diventato parte della città. I Campagnesi non dimenticarono ciò che aveva fatto. Aveva restituito autonomia alla diocesi. Aveva rilanciato il Seminario. Aveva salvato il complesso della Madonna d'Avigliano. Aveva lavorato per la Cattedrale. Aveva sostenuto le opere assistenziali. Aveva dato alla città una nuova consapevolezza del proprio ruolo. E soprattutto aveva creduto in Campagna.
Una strada per ricordarlo
La città gli aveva già conferito la cittadinanza onoraria. Dopo la sua morte volle fare qualcosa di ancora più semplice e significativo. Gli dedicò una strada.
La strada che conduce verso la Cattedrale porta ancora il suo nome. È un gesto piccolo, se confrontato con le grandi opere che Cesarano realizzò. Ma forse è proprio per questo che possiede un valore particolare.
Ogni giorno, passando di lì, un campagnese può incontrare il nome di quell'uomo venuto da Pagani che, per tredici anni, aveva lavorato per la propria città.
Il vescovo che amò Campagna
Carmine Cesarano viene ricordato dalle fonti locali come il vescovo che più amò Campagna. È un'espressione forte.
Ma osservando ciò che lasciò dietro di sé, diventa difficile non comprenderne il motivo. Non si limitò a governare una diocesi. La ricostruì. Non si limitò a celebrare nelle chiese. Le restaurò, le arricchì, le rese nuovamente centrali nella vita della comunità.
Non si limitò a parlare di cultura. Investì nel Seminario e nella formazione dei giovani. Non si limitò a chiedere aiuto ai Campagnesi.
Andò a cercare quelli che erano emigrati dall'altra parte dell'oceano e li convinse a tornare, almeno con il cuore, nella propria città. E soprattutto non si arrese davanti alle difficoltà.
Quando Campagna aveva perso la propria autonomia, lui la rivendicò. Quando il Seminario era in difficoltà, lo ricostruì. Quando Madonna d'Avigliano rischiava l'abbandono, la salvò. Quando la Cattedrale aveva bisogno di un nuovo riconoscimento, lo ottenne.
Il campagnese adottivo
Carmine Cesarano non era nato a Campagna. Era nato a Pagani.
La sua formazione era redentorista. Il suo percorso episcopale lo aveva portato prima in Sardegna, poi a Conza e infine ad Aversa. Eppure, tra tutte le città che attraversò, Campagna occupò un posto speciale.
Qui arrivò nel 1918. Qui combatté la sua più importante battaglia ecclesiastica. Qui restituì alla città la sua diocesi autonoma. Qui costruì, restaurò, finanziò e progettò. Qui incontrò uomini e donne che impararono a considerarlo uno di loro. E forse è proprio questa la misura più vera di un vescovo.
Non il numero degli anni trascorsi su una cattedra. Ma ciò che resta quando quella cattedra viene lasciata.
A Campagna, dopo Cesarano, rimasero una diocesi autonoma, un Seminario rinato, un santuario salvato, una Basilica e una quantità di opere che ancora oggi raccontano il suo passaggio. Rimase soprattutto un ricordo.
Quello di un uomo che, pur essendo arrivato da lontano, aveva finito per sentire questa città come propria. Carmine Cesarano non nacque campagnese Ma scelse di diventarlo.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA.
1. BeWeb - Beni ecclesiastici in WEB.
2. Ludovico Cutino - Storia di Campagna e dei suoi vescovi.
3. Valentino Izzo - Raccontare Campagna...Le persone illustri. - anno 2004

